"La gioia di appartenere alla Chiesa"
Una lettera a tutti i parrocchiani
da "Ritrovarci": anno XXIX - numero 4 - ottobre 2006

Don Alberto con don Guido e don Davide

La gioia di appartenere alla Chiesa
Una lettera a tutti i parrocchiani

Carissimi,
inizia un altro anno pastorale, nel quale siamo chiamati a crescere nella conoscenza e nell’amore al Signore Gesù, l’unico Salvatore della nostra vita. E siamo chiamati anche a crescere nella stima e nell’aiuto vicendevole, come si addice ai discepoli di Gesù, dentro alle tante provocazioni dell’ora presente, che richiede una testimonianza sempre meno insipida, sempre più convinta e motivata della nostra fede.
Propongo a me stesso e a tutta la comunità parrocchiale qualche obiettivo per il nostro cammino di quest’anno, ricavandolo dalle Linee Pastorali del nostro Vescovo per il 2006-7.

Rinnovare il senso di appartenenza alla Chiesa

Il primo obiettivo: rinnovare il nostro senso di appartenenza alla Chiesa. Sono tanti, forse anche troppi i cristiani che oggi si dichiarano tali o vogliono rimanere tali, anche prescindendo dalla realtà della Chiesa, della diocesi, della parrocchia, delle aggregazioni ecclesiali. Il nostro Vescovo ci rivolge anche un’esortazione: “siamo orgogliosi di appartenere alla Chiesa, perché da essa abbiamo ricevuto il dono della fede e della vita soprannaturale”. Dunque il cristiano non è, non può essere un battitore libero o un navigatore solitario: è sempre un membro di una comunità, perché così ha voluto il Signore. Scrive il Vescovo: “Dire: ‘Cristo sì, Chiesa no’, appare una sciocchezza. Perché la Chiesa, con tutti i suoi limiti – cammina anch’essa nella storia – non solo è inseparabile da Gesù Cristo, ma è pur sempre la madre che ci ha generato alla conoscenza di Lui e alla partecipazione della sua vita”. Appare invece indebolita nella cristianità di oggi, la consapevolezza del legame inscindibile – “ontologico”, scrive il Vescovo – fra l’essere discepoli di Gesù e l’esser membri della Chiesa, che è il suo Corpo storico. Questo legame è documentato fin dal Nuovo Testamento, soprattutto attraverso due analogie: quella della vite e dei tralci (nel Vangelo di Giovanni) e quella del corpo e delle membra (negli scritti di San Paolo). Sicchè l’appartenenza alla Chiesa è ben più che l’appartenenza ad una qualsiasi altra associazione e comunità. E poichè la Chiesa si radica sempre in un determinato territorio, ecco che la diocesi e la parrocchia diventano le espressioni concrete della Chiesa. La parrocchia è stata definita da Giovanni Paolo II come “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”. Vanno, di conseguenza, cordialmente accolte e convintamene vissute tutte quelle iniziative che la nostra parrocchia mette in campo per la nostra crescita e la nostra maturazione: a partire dalla partecipazione – e questo è il dato fondativo – ai sacramenti, in primo luogo alla celebrazione domenicale dell’eucaristia, alla frequenza del nostro oratorio, al sostegno dei progetti educativi (ad esempio il doposcuola) fino agli incontri formativi, che vanno dalla catechesi biblica agli incontri mensili di preghiera e di adorazione eucaristica, agli incontri con i genitori, agli incontri culturali di agorà, ai viaggi e alle gite giornaliere che hanno sempre lo scopo non solo di stare insieme da amici, ma anche di farci conoscere le ricchezze e gli splendori che la nostra tradizione cristiana ha creato nel campo dell’arte, della musica e della cultura in genere.

Crescere nella carità fraterna

Un secondo obiettivo, che discende immediatamente dal primo: crescere nella carità fraterna. E perché questa espressione non rimanga né astratta, né predicatoria, né scontata, aggiungo che nella nostra parrocchia c’è ancora troppa reciproca indifferenza. “Se siamo membra dello stesso corpo – scrive il Vescovo – non è pensabile contrapporsi l’uno all’altro, mentre è un’esigenza primaria e fondamentale conoscersi e stimarsi a vicenda, amarsi e collaborare con sincerità e umiltà per il bene del tutto”. A Casalmaggiore non è di casa la stima reciproca, ossia il riconoscimento cordiale e gioioso che tutti hanno ricchezze e doni dal Signore da mettere al servizio degli altri. Prevalgono le divisioni, prevalgono le fazioni. Prevalgono i sospetti verso coloro che “non fanno parte del mio giro, della mia cerchia”. La nostra cultura locale non alimenta un approccio facile, cordiale, spontaneo e gioioso verso gli altri, soprattutto verso coloro che non appartengono al proprio clan, al proprio gruppo. Chi viene da fuori, si sente estraniato. E’ un morbo abbastanza diffuso, che tradisce un non sentirsi bene nemmeno con se stessi: perché chi si trova a disagio con gli altri, vuol dire che non sta troppo bene nemmeno con se stesso. Le stesse fazioni politiche – che sono normali in una democrazia, purchè non diventino muri divisori fra le persone – rischiano di essere considerate più rilevanti dell’appartenenza alla Chiesa. E questo per un cristiano è una bestemmia: perché le cose di Dio sono molto più importanti di quelle di Cesare.

Diffondere e difendere la fede

Il terzo obiettivo: diffondere e difendere la fede. “Non possiamo tenere gelosamente per noi – scrive il Vescovo – quanto di bello e di prezioso abbiamo sperimentato incontrando Gesù Cristo”. E’ l’esigenza missionaria, che da sempre accompagna la vita della Chiesa. E oggi, alla missione presso i popoli pagani “si affianca con urgente necessità – è sempre il Vescovo – la comunicazione della fede nei nostri paesi, nelle nostre stesse famiglie, non solo verso gli immigrati che professano religioni diverse, ma anche verso i molti battezzati che sono sempre rimasti sulla soglia della fede”. Da qui l’impegno a rinnovare profondamente anche la prassi di iniziazione cristiana, perché non si può continuare ad amministrare i sacramenti a coloro che non sono credenti. Oltre al compito di diffondere la fede, oggi acquista particolare rilevanza anche quello di difenderla: dalle annacquature, dalle strumentalizzazioni, dagli impoverimenti, dalle catture ideologiche, dalle falsificazioni, dalle emarginazioni anche sociali e civili a cui oggi il cristianesimo è sottoposto in nome di una falsa concezione della laicità. La fede cristiana deve tornare ad essere presentata e testimoniata come un vero umanesimo, in grado di dare risposta ai grandi perché della vita, oggi lasciati privi di risposta. E la fede “la difendiamo – scrive ancora il nostro Vescovo – sostenendo un corretto confronto con chi la pensa diversamente. Siamo in grado di farlo solo se conosciamo il Vangelo e le indicazioni del Magistero della Chiesa che lo attualizzano e lo applicano ai problemi e alle situazioni del nostro tempo”. Ma quanti di noi cristiani ci misuriamo con il Magistero della nostra Chiesa? O non siamo, a volte inconsciamente, succubi di altri pulpiti, attratti da altre logiche (di natura ideologica, politica…) che finiscono per estraniarci dalla comunità di fede, finiscono per farci deprezzare il patrimonio di fede che abbiamo ricevuto? E il Vescovo ripropone la domanda, cruciale per ogni cristiano e che giro all’intera comunità di Santo Stefano: “Ma io sono orgoglioso di essere cristiano? O, che è la stessa cosa: sono orgoglioso di appartenere alla Chiesa?”. Sì: perché è un problema di maturità personale ed umana. Se non stimiamo ciò in cui diciamo di credere, allora il pericolo della schizofrenia è dietro l’angolo. E si vive male…
Dunque, riprendiamo con coraggio e con gioia – come spesso ci ammonisce Papa Benedetto – il nostro cammino di cristiani. Che il Signore, attraverso l’intercessione di Maria, che veneriamo al nostro Santuario come la “Regina di Casale” e di santo Stefano protomartire nostro patrono, benedica tutti noi.
Don Alberto con don Guido e don Davide


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