Briciole di sapientia antica
"L'uomo tra privato e pubblico"
 
da "Ritrovarci": anno XXVII - numero 4 - ottobre 2004

di Maria Grazia Cavalca

Molto spesso ci vengono proposti documentari, in cui gli animali sono ripresi nel loro habitat naturale, sono osservati nella loro vita solitaria o in branco, sono studiati nei loro comportamenti. Anche l'uomo è un animal, cioè un essere dotato di anima, termine latino con cui si indicava il soffio vitale, che esce dalla bocca di tutti gli esseri viventi, uomini e bestie, al momento della morte.
Quindi anche l'uomo conosce e sperimenta una duplice dimensione di vita, una dimensione che possiamo chiamare esterna e una dimensione che possiamo chiamare interna. Ci sono persone che amano e stanno bene nel loro "angolo", da cui escono solo per lo stretto necessario; ce ne sono altre, invece, che proiettano tutta la loro esistenza al di fuori e rientrano solo per lo stretto necessario. "Fuori", "dentro" sono, ovviamente, espressioni metaforiche di grande pregnanza, che non significano semplicemente "fuori casa, dentro casa": si può essere soli in mezzo alla pazza folla (come diceva il titolo di un film famoso in anni ormai lontani) e si può non essere soli nella solitudine fisica.
Ci possiamo chiedere: in che rapporto devono porsi queste due dimensioni? Per conoscerci meglio, distratti come siamo dalle troppe luci e dalle troppe voci del nostro mondo, ascoltiamo le parole illuminanti degli antichi, che prima di noi si sono posti, in quanto uomini, gli stessi interrogativi.

Definire l'uomo "animale sociale" (politicós, diceva Aristotele) significa privilegiarne la dimensione pubblica?
Chiariamo subito che con dimensione pubblica si intende un ampio ventaglio di situazioni che vanno dall'impegno nel lavoro alle relazioni sociali, ai doveri di cittadino, alla pratica degli affari pubblici: in sintesi, è il ruolo che ogni uomo svolge nella società. Questa dimensione, che si esprime diversamente a seconda delle caratteristiche personali di ciascuno, è connaturata nell'uomo; perciò non possiamo eluderla o ingannarci dicendo che è cosa che non ci riguarda. Non dobbiamo dimenticare che viviamo in una comunità, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Se ci rendiamo ben conto di questa responsabilità, la accogliamo e ci diamo da fare; in questo modo finiamo per compiere progressi anche nella costruzione del nostro "io".

In ben altra direzione andrà il pensiero di Rousseau (sec. XVIII): "Resserre ton existence au dedans de toi", rinchiudi la tua vita dentro di te.
Ritrovare il proprio cantuccio è un fatto confortante e spesso anche necessario, purché non si intenda "privato" come sinonimo di "estraneo, indifferente al mondo intorno a noi"; non deve essere un abdicare a ogni forma di convivenza, a ogni contatto con gli altri. Se l'uomo si chiude in se stesso, finisce per impoverirsi e inaridirsi.
Cicerone dice che l'uomo è individuo e società a un tempo, e ritrova l'uomo nel suo essere uomo, vale a dire nel suo saper pensare e parlare, nella sua tensione a comunicare, nel suo essere insieme agli altri societas. Per un romano chiudersi al mondo era un rinnegare il proprio ruolo di civis e il poeta Rutilio Namaziano (sec. V d.C.), voce dei pagani, esprimeva il suo rancore contro monaci e anacoreti cristiani, che si isolavano dal mondo vivendo, come fossero morti, nell'oscurità delle grotte di isole sperdute nel mare: li chiamava lucifugi viri, cioè uomini che rifuggono la luce (de reditu 1,440). Non poteva immaginare che quei bui e squallidi rifugi sarebbero poi divenuti monasteri, unica luce e ancora di salvezza per quanto avanzava della civiltà e della cultura pagana.

Fino a che punto può e deve sopportare delusioni, cattiverie, calunnie, chi si fa, a diverso titolo, uomo pubblico?
Solo la conoscenza che ciascuno ha di se stesso, della propria forza interiore, aiuta a decidere come comportarsi. Quando ci si dovesse accorgere che la situazione sta per imboccare una via di non ritorno, non ci si deve ritenere comunque degli sconfitti. Costretto a ritirarsi a vita privata, un animo grande trova sempre ampio campo d'azione, perché nessun tipo di violenza può soffocarne l'esempio. Sbarrata una via, altre porte, forse più numerose, si apriranno. La virtù, come un'erba aromatica che giova anche col solo odore, effonde i suoi benefici effetti sia che possa spaziare liberamente, sia che venga costretta a raccogliersi. Tutto il contrario di un'abulica inerzia: il peggiore dei mali è uscire dal numero dei vivi, prima di essere morto: non est enim servare se obruere, "sotterrarsi non è salvarsi", stigmatizza Seneca (de tranquillitate animi 5,4), che subito dopo porta l'esempio del console Curio Dentato, vincitore di Pirro a Maleventum, il quale era solito dire di preferire se esse mortuum quam vivere, "di essere morto piuttosto che vivere da morto".

Cosa si può fare, in pratica, per vivere in pace con se stessi e con il mondo?
Bisogna alternare la solitudine con la frequentazione degli altri, perché nella solitudine si riscopra la propria dimensione umana e nella frequentazione la propria dimensione sociale. In questa tensione dialettica sta il progresso sia dell'individuo che della società.

Fin qui l'umanesimo pagano. Gli ideali che hanno animato e sollecitato molti grandi uomini del passato classico nel loro impegno pubblico non erano molto diversi, pur nelle differenze di tempi e di culture, da quelli di tanto, sincero, umanesimo dei nostri giorni. Ma l'azione del cristiano non è sospinta tanto e soltanto da questi ideali, pur alti e nobili, quanto da una persona, Gesù Cristo. Mi piace qui ricordare un amico e collega bolognese, biblista e studioso dei Padri della Chiesa, don Paolo Serra Zanetti, che da qualche mese ci ha lasciato. Un uomo che ha consumato la sua vita per gli altri e con gli altri: "consumato" glielo dicevamo spesso noi con affettuoso rimprovero. Nel suo accostare gli studenti, nel suo confortare noi nei momenti di difficoltà, nel suo dar retta ai barboni che petulanti lo inseguivano fin davanti allo studio universitario, nel suo donare a tutti un autentico sorriso c'era certamente la sua profonda umanità, ma c'era soprattutto il sentire Cristo dentro di sé a dare un senso autentico a ogni gesto della sua vita.


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